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Scuola disastrata dai tagli Tremonti
Pubblicato da dottrandi su Giugno 30, 2008
Contro la discriminazione di Rom e Sinti
Pubblicato da dottrandi su Giugno 13, 2008
Stiamo assistendo alla triste deriva culturale del nostro paese, per cui non riepilogherò in questa sede tutte le discriminazioni alle quali sono sottoposti i nomadi.
Voglio però segnalarvi il sito http://www.storiamestre.it , sito dell’Associazione per la storia di Mestre e del suo territorio. Il sito è interessante di per sè, in quanto l’Associazione svolge da venti anni un prezioso lavoro di ricostruzione della storia di Mestre. Oltre a ciò, però, gli storici mestrini hanno deciso di promuovere un appello al Sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, per testimoniare la loro solidarietà ai Sinti veneziani, contro il cui diritto ad un’abitazione decente si è recentemente scagliata una sparuta minoranza di cittadini. L’appello si trova alla pagina http://www.storiamestre.it/iniziative/iniziative/php . Vi invito a firmarlo.
Segnalo poi l’uscita del libro “Il caso zingari” (a cura di Marco Impagliazzo e con intro di Andrea Riccardi, Leonardo International, Milano 2008, € 12,00), in cui var studiosi analizzano e smontano alcuni pregiudizi diffusi contro i nomadi.
Come storici (e quindi come conoscitori delle tragedie scaturenti dalle persecuzioni razziali), abbiamo il dovere morale di impegnarci per sradicare ogni forma di pregiudizio e di razzismo.
Saverio http://www.saverioluzzi.it
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I migranti di Michele Colucci
Pubblicato da dottrandi su Giugno 5, 2008
Da http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Giugno-2008/art54.html
Se infatti le peripezie dei «nostri» emigranti della seconda metà del ‘900 si associano nella memoria collettiva alla disoccupazione dilagante sino alle soglie del boom e - complici sciagure sul genere di Marcinelle o i «grandi numeri» di alcuni esodi di massa - a destinazioni particolari come il Belgio carbonifero e presto maggioritarie come, dalla fine degli anni ‘50, la Germania federale (e industriale) di Bonn, una sorta di rimozione avvolge le vicende di quella manodopera a basso costo che ebbe inizialmente per meta la Francia e la Svizzera, ma persino la Cecoslovacchia e la stessa Gran Bretagna.
Già buon conoscitore delle esperienze fatte proprio nel Regno Unito dalle avanguardie di questi flussi che avrebbero finito, soprattutto altrove, per assumere proporzioni gigantesche, ne dà conto oggi Michele Colucci con un’indagine esaustiva ed esemplare che prende in esame l’emigrazione italiana in Europa dal 1945 al 1957, Lavoro in movimento (Donzelli, pp. 257, euro 23,50). L’autore appartiene alla schiera di giovani e bravi ricercatori cui il nostro sistema universitario, sempre più impoverito, stenta a fare spazio, incoraggiando per necessità i loro progetti all’espatrio verso lidi scientifici lontani. C’è, insomma, dell’ironia in questa vicenda che nondimeno ruota attorno a un argomento di grande rilevanza.
Benché l’oggetto principale del libro rimangano le politiche migratorie dell’Italia repubblicana e quelle di richiamo e di «accoglienza» degli Stati coinvolti nell’immane tourbillon (nel senso stretto di «gabbia rotante») di partenze e di arrivi, Colucci fornisce - sulla scia delle analisi di Romero, di Pugliese e più recentemente di Rinauro, ma molto approfondendo - una ricostruzione convincente e avvincente degli avvenimenti. Essa è insieme un affresco delle storie di migliaia di uomini e di donne espatriati in cerca di miglior fortuna, e una acuta riflessione sulle dinamiche delle migrazioni internazionali in età contemporanea. Le scelte compiute dai primi e quelle fatte dalle forze politiche e di governo aiutano a comprendere meglio gli sviluppi successivi e persino alcune configurazioni attuali di un fenomeno troppo tardi riconosciuto come fondante dei destini (non solo economici) del mondo occidentale.
Il volgere all’apparenza breve dei dodici anni in cui si racchiude la materia del racconto non deve trarre in inganno perché dopo la stasi determinata non tanto dalla guerra quanto dalla prolungata chiusura degli sbocchi emigratori dopo la crisi del ‘29, essi rappresentano statu nascenti la cornice esatta di una molto relativa «restaurazione liberista» postbellica dei mercati: qui, ovviamente, di un mercato del lavoro in cui tuttavia la persistenza delle pratiche stataliste già proprie del tardo fascismo interagirono costantemente, a conti fatti, con le spinte provenienti «dal basso» ossia dalle autonome decisioni prese dai migranti in ambito familiare e locale.
Che la «restaurazione liberista» avvenisse, come suggeriva molti anni fa Ester Fano Damascelli, dentro un quadro ideologico condizionato dall’antifascismo e dalle avvisaglie della guerra fredda dipendeva anche dal fatto che tutte le aperture liberoscambiste della nostra politica governativa, al pari di quelle degli altri paesi del vecchio continente, puntavano sì all’inserzione dell’Italia in spazi mercantili più ampi e alla sua partecipazione al processo appena avviato dell’integrazione europea, ma anche al mantenimento (o alla sagace manutenzione), come ha ben spiegato Rolf Petri, di un notevole controllo statale sull’economia e di conseguenza sull’andamento dei flussi rimasti a lungo, per il nostro paese, la moneta di scambio privilegiata onde agevolarne l’ingresso nella nuova area geopolitica occidentale in fieri dopo la guerra ed auspicata, all’epoca, dagli stessi Stati Uniti.
Facendo ricorso a un imponente lavoro di scavo archivistico e a una invidiabile padronanza sia della produzione pubblicistica e giornalistica del tempo sia della letteratura storiografica esistente, Colucci propone già in apertura del suo lavoro l’interessante profilo «interpretativo» entro cui calare ogni riflessione riguardante un tale insieme di circostanze. Alla descrizione del ruolo ricoperto fra ricostruzione e miracolo economico dall’emigrazione europea degli italiani definita (e obiettivamente risultata) di tipo «temporaneo», l’autore fa seguire una attenta rassegna dei dibattiti che dal periodo finale del conflitto e dai lavori della Costituente cercarono di prendere le misure d’una realtà sul serio «in movimento».
Con una facile battuta ispirata al titolo del libro si potrebbe anzi dire che Colucci ci parla così di un lavoro che, dopo la Liberazione, rapidamente mobilita l’uomo, ma sempre in mezzo a grovigli di esperienze pagate a caro prezzo e a coacervi stratificati di provvedimenti normativi di cui diventano emblema, in Italia, gli apparati pubblici di direzione e di controllo (Uffici del Lavoro e della «massima occupazione», centri d’emigrazione e di smistamento o d’inoltro, burocrazia diplomatica e dei passaporti). Ad essi fanno riscontro, in relativa discontinuità rispetto al passato (si pensi solo all’emigrazione nella Francia dell’entre-deux-guerres), le stagioni degli «accordi» bilaterali dove peraltro all’Italia toccò sempre il posto del convitato più debole: a riprova del fatto che la stessa condizione di «ospiti» più e meno provvisori, socialmente penalizzati, quando non discriminati e maltrattati, consegue senz’altro da paure incontrollate dei «nativi» già ben note alla storia degli italiani all’estero, ma in grande misura dipende anche dal modo in cui se ne pilotò la «scomoda» inserzione nei contesti lavorativi e sociali di arrivo.
Qui la xenofobia e l’intolleranza, all’insegna di una non infrequente razzializzazione e di un’altrettanto diffusa criminalizzazione, aumentarono a dismisura il prezzo di un sacrificio di cui alla fine in Italia, si avvantaggiarono soprattutto i «rimasti» e, nel suo insieme, l’organismo economico nazionale. Rivista col senno di poi e con lo sguardo che in un libro di duecentocinquanta pagine può essere dedicato solo ad alcune delle infinite vicissitudini «private» delle persone in carne ed ossa, la situazione affrontata da Colucci dovrebbe quindi venir buona per capir meglio il presente in cui, a parti rovesciate, ci troviamo a vivere (anche se di questi tempi fra Bossi&Fini e Maroni c’è molto da dubitarne); in ogni caso conferma l’idea che quella decina d’anni dei quali egli ci regala, per l’emigrazione in Europa, una lettura partecipe e documentata costituiscono, come ennesimo «laboratorio del dopoguerra», un punto d’osservazione meritevole d’essere da tutti ripensato.
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Discutere del ‘68
Pubblicato da dottrandi su Maggio 17, 2008
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Viaggio-intorno-al-68/2025648&ref=hpsp
Viaggio intorno al ‘68
Fra i vari libri sul ‘68 si fa notare il saggio di Anna Bravo ‘A colpi di cuore. Storie del Sessantotto’. E’ interessante l’approccio ampio e trasversale
Nel mare magnum dei discorsi sul ‘68, il saggio di Anna Bravo ‘A colpi di cuore. Storie del Sessantotto’ (Laterza, pp. 322, E 15) si fa notare per l’approccio ampio e trasversale, felice proprio in quanto sghembo. Invece di tracciare una storia dei movimenti, o accumulare dati e riflessioni in vista di una tesi interpretativa generale (ne circolano tante in questo anniversario: Zizek vede nella liberazione sessuale di quegli anni i germi dell’odierno edonismo e, richiamando Lacan invece di Pasolini, si chiede se tutto quell’entusiasmo per la libertà non sia stato in realtà solo un mezzo per sostituire una forma di dominio con un’altra; Scalfari vi vede una “resa al presente” e al “qui e ora”; altri, richiamando Badiou, parlano di fine dell’epoca delle rivoluzioni), la Bravo mette fuoco alcuni temi cruciali, lasciando che i materiali e le riflessioni si orientino attorno a essi come a dei magneti. Il primo, a cui sono dedicati due capitoli, è ‘Radici’. Seguono ‘Amore’, ‘Dolore’, ‘Violenza’.
Si tratta di questioni particolarmente ‘calde’ e, nel caso del dolore, quasi di un tabù. Per i movimenti di quegli anni esso restò infatti ‘un corpo estraneo’ - per esempio, in tutta la battaglia per l’aborto nessuno parlò mai del ‘dolore del feto’ - ma la stessa cosa vale per i loro interpreti odierni. Gli anni ‘60 e i primi ‘70 sono ricordati oggi soprattutto per le trasformazioni culturali e di mentalità che hanno innescato. La Bravo invece, che è storica dei movimenti delle donne, del genocidio e della deportazione, si rifiuta di considerarli nella ristretta prospettiva culturalista e porta dentro al suo discorso ciò che gli altri di solito lasciano fuori. Così, in questa ‘cognizione del dolore’ (è l’autrice a usare l’espressione) la prospettiva si allarga fino a prendere dentro i corpi, “la materia vivente’, i “limiti della condizione umana” e tante domande che di solito non vengono, né allora né oggi, considerate ‘politiche’. E se c’è un limite in questo libro ricco e vivace, esso sta solo nel non aver imboccato questa via ancor più radicalmente.
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Carteggi. Una guerra fra due generazioni: in un volume il confronto-scontro
Pubblicato da dottrandi su Maggio 3, 2008
Calamandrei, quando il figlio educa il padre
La scelta armata di Franco convinse Piero, attendista, a riconoscere i meriti della Resistenza
di SERGIO LUZZATTO
«Tu cerchi in me non tanto quello che ci accomuna, che ci avvicina, che ci rende fratelli, oltre che padre e figlio, ma quello che ci mette in contraddizione, che ci oppone, che ci separa». Leggi il seguito di questo post »
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I SENTIERI DEL CIELO, di Luigi Guarnieri
Pubblicato da dottrandi su Maggio 3, 2008
Recensione di Massimo Gardella
Nel Seicento in Italia era diffuso un modo di dire che anche oggi non ha perso la sua forza: “Franza o Spagna purché se magna”. Parliamo de I sentieri del cielo (Rizzoli “La Nuova Scala”, pagg. 327, euro 19,00) quinto romanzo di Luigi Guarnieri, che per lo stesso editore ha pubblicato nel 2006 La sposa ebrea. Tutt’altro registro stilistico per questo affresco sanguinario sulla prima guerra combattuta dalla neonata Italia unita, nell’anno del Signore 1863, nella terra di mezzo di una Calabria primordiale: gole montane cupe come leggende di un pantheon pagano, vallate ampie e ricoperte da foreste edeniche e tramonti infuocati alla Caspar Friedrich. Leggi il seguito di questo post »
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Alexis de Tocqueville, un brano.
Pubblicato da dottrandi su Maggio 2, 2008
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André Gorz scrive a D., di Rossana Rossanda
Pubblicato da dottrandi su Aprile 28, 2008
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E PER NOI CHE NON ABBIAMO UN TELETHON? Riflessioni a caldo dopo la riunione di ieri -Flavia Gasperetti-
Pubblicato da dottrandi su Aprile 16, 2008
Passare queste poche settimane in dipartimento e conoscervi meglio tutti è stato molto bello e la riunione di ieri in particolare, dove sono stati toccati molti punti importanti, mi ha fatto pensare e vorrei continuare a conoscere le vostre opinioni a riguardo. Alla fine, mi sembra che la riflessione si sia condensata nei seguenti interrogativi: Leggi il seguito di questo post »
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Doping anche per noi?
Pubblicato da dottrandi su Aprile 12, 2008
Da http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/scienza_e_tecnologia/farmaci-ritalin/farmaci-ritalin/farmaci-ritalin.html
Il 68% dei ricercatori in Usa assume il Ritalin per ampliare le prestazioni cognitive
Simile alle anfetamine, è utilizzato per il trattamento da deficit dell’attenzione
Sostanze psicotrope per lavorare
le usa uno scienziato su cinque
ROMA - Uno su cinque degli oltre 1400 intervistati da Nature Network, il forum per scienziati diretto dalla rivista Nature, ammette di usare farmaci per migliorare la concentrazione e la memoria. Leggi il seguito di questo post »
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