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	<title>Dottorand@ di storia della facoltà di lettere della Sapienza</title>
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		<title>Dal revisionismo al rovescismo. Iniziò Craxi plaudendo a De Felice. Poi arrivò Violante</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 07:11:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Difficile dare una data esatta, alla domanda: quando tutto questo ha avuto inizio? Ma arrischierei: tra dicembre 1987 e gennaio 1988, dunque prima del &#8220;crollo&#8221;, dello sdoganamento dei missini, prima che la trasmutazione genetica del Pci fosse conclusa. Dunque a cavaliere del biennio in questione &#8211; l&#8217;87-88 Renzo De Felice rilasciava a un ex comunista [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=66&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="pezzotesto">Difficile dare una data esatta, alla domanda: quando tutto questo ha avuto inizio? Ma arrischierei: tra dicembre 1987 e gennaio 1988, dunque prima del &#8220;crollo&#8221;, dello sdoganamento dei missini, prima che la trasmutazione genetica del Pci fosse conclusa. <span id="more-66"></span>Dunque a cavaliere del biennio in questione &#8211; l&#8217;87-88 Renzo De Felice rilasciava a un ex comunista come lui, della generazione seguente, Giuliano Ferrara, un&#8217;intervista sul Corriere della Sera . Il titolo recitava: «De Felice: perché deve cadere la retorica dell&#8217;antifascismo» (in prima pagina) e ripresa a pagina 2 col titolo «Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole». All&#8217;intervista seguì una pagina di commenti due giorni dopo, e quindi un dibattito su Raitre, sempre sotto la conduzione (come si può immaginare imparzialissima) di Ferrara: il suo titolo «Seppellire l&#8217;antifascismo?». Due squadre che difendevano, rispettivamente, come fondanti i valori dell&#8217;antifascismo (Scoppola, Spriano, Forcella, Pasquino) e, contro, gli abrogazionisti (De Felice, Galli della Loggia, Colletti, Mieli).</div>
<div class="pezzotesto">La polemica da storiografica divenne ipso facto politica. Dopo e accanto agli ideologi, entrarono in campo, a gamba tesa, leader di partito, a cominciare da Craxi il quale si dichiarò d&#8217;accordo con De Felice; con lui il primo a complimentarsi per il coraggio dello storico fu un giovane politico destinato ad ascendere alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, che addirittura proclamò, gongolante: «E&#8217; finito il dopoguerra». In un puntuale intervento a caldo su La Stampa , un giovane ottantenne, Sandro Galante Garrone, coglieva i nessi intricati, ma del tutto visibili a chi, come lui, avesse occhi per guardare, fra quel sommesso tramestio e il più rumoroso parlare che si faceva di &#8220;Grande Riforma&#8221;, &#8220;Seconda Repubblica&#8221;, &#8220;Nuova Costituzione&#8221;&#8230; Il «subdolo intento» &#8211; osservava il vecchio combattente &#8211; che emergeva dietro «certi artificiosi abbellimenti del passato, e reticenze, e inviti alla riconciliazione», era quello, in definitiva, di «sbarazzarsi di una Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza».</div>
<div class="pezzotesto">Da allora il gioco si è fatto via via più duro ed esplicito, con il progressivo venir meno di mediazioni. E gli stessi capi dello Stato, garanti della Carta costituzionale, hanno dovuto accontentarsi di giocare, con minore o maggiore convinzione, di rimessa (sotto questo riguardo il mio riconoscimento più pieno va a Scalfaro). Era cominciato un massiccio uso politico della Storia, da parte dei media &#8211; la cui &#8220;indipendenza&#8221; in Italia, come si sa, è nulla o quasi &#8211; e da parte del ceto politico: la storia, e in specie il ciclo fascismo/antifascismo/guerra mondiale/resistenze, divenne una prateria dove ciascuno poté compiere impunemente le proprie scorrerie, senza cautela alcuna, senza serietà, né onestà intellettuale. La storia diventava semplicemente una clava da usare per delegittimare gli avversari o autolegittimarsi politicamente, magari ricorrendo, come fece la Lega di Bossi fin dai suoi albori, a grotteschi, ma non del tutto inefficaci tentativi di inventare una ridicola &#8220;identità&#8221; padana, con tanto di invenzione di inesistenti tradizioni e caratteri endogeni. Sebbene esempi importanti fossero giunti da Francia (Furet e la sua critica sempre più feroce alla Grande Révolution) e Germania (Nolte e il dibattito con Habermas, sul «passato che non passa», che finiva per condurre a un drastico ridimensionamento delle responsabilità del nazismo), fu proprio il Bel Paese il luogo ideale per il revisionismo politico. Con una forte accelerazione post-1989. E una nuova, ulteriore, post-&#8221;discesa in campo&#8221; del Cavaliere, che finì, anche su questo piano, per raccogliere le premesse poste dal suo grande padrino politico Bettino Craxi.</div>
<div class="pezzotesto">In mezzo, all&#8217;inizio degli anni 90, toccò a un libro &#8211; frutto di un&#8217;approfondita ricerca di Claudio Pavone, storico e partigiano essere preda di caccia del nuovo revisionismo. Un furbesco espediente editoriale trasformando il sottotitolo in titolo, consentì una &#8220;rilettura&#8221; (come si cominciò a dire) del biennio &#8217;43-45 in chiave revisionistica: «Una guerra civile», fu il titolo editoriale; che in realtà era il sottotitolo originale dato dall&#8217;autore, mentre il titolo suonava: «Saggio sulla moralità della Resistenza». Trattandosi di un volume di oltre 800 pagine, pochi ebbero interesse a leggerlo, e si fermarono, non a caso, a quel titolo: «L&#8217;avevamo sempre detto», fu il commento delle vecchie destre, cui si aggiunsero le nuove, anche di diversa origine. Intanto c&#8217;era stata la Bolognina, e poi le varie catastrofi che portarono, dopo l&#8217;incompiuta &#8220;rivoluzione&#8221; di Mani Pulite, al berlusconismo. E a Luciano Violante che da presidente della Camera rese omaggio ai &#8220;ragazzi di Salò&#8221;. Di là fu una china precipitosa, con o senza Berlusconi al governo: una gara a relativizzare il fascismo, a &#8220;problematizzare&#8221; la Resistenza, a insistere su Foibe (dando numeri davvero ridicoli, moltiplicando per fattore 100 o addirittura 1000 i morti, e dimenticando genesi e contesto di quei fatti; e fu sotto il centrosinistra che si arrivò al &#8220;Giorno del Ricordo&#8221; per gli esuli italiani&#8230;), triangoli della morte, giù giù fino ai casi penosi di &#8220;rovescismo&#8221;, termine che mi onoro di aver coniato per definire la fase suprema del revisionismo, e che ha trovato in un giornalista, con velleità da storico (mancato) e da scrittore (fallito), il suo Zorro vindice dei poveri fascisti di Salò. Mentre il solito Galli della Loggia teorizzava l&#8217;8 settembre come giornata infausta: addirittura «morte della patria», riprendendo un&#8217;espressione di un dimenticato Sebastiano Satta, e volgendola ai propri scopi nient&#8217;affatto conoscitivi, ma ideologici.</div>
<div class="pezzotesto">Sulla scena pubblica, intanto, amministratori locali si davan da fare con la toponomastica per ricuperare alle glorie patrie vecchi arnesi del Fascio, o aprivano circoli, facevano manifestazioni; memorabile quella recentissima nel cimitero Trespiano (Fi), per commemorare &#8220;i franchi tiratori&#8221; di Firenze, i cecchini fascisti che sparavano sulla folla, sui partigiani e sugli Alleati che entravano in città nel &#8217;44: in quel cimitero sono sepolti i Rosselli, Salvemini, Ernesto Rossi: quasi tutto il meglio dell&#8217;antifascismo italiano. O, infine, direttamente avviavano spedizioni punitive contro &#8220;comunisti&#8221;, anarchici, extracomunitari (meglio se Rom), come s&#8217;è visto negli ultimi tempi a Roma, Milano e altrove, magari confortati da ammonimenti e benedizioni di Berlusconi, tra un rabbuffo e una barzelletta; mentre lui stesso, sul piano nazionale, tra riforma piduistica, norme legislative ad personam, e scudo spaziale contro la Legge in generale, mostrava in estrema sintesi, e con grande chiarezza, quale fosse l&#8217;esito, tutto politico, del revisionismo. Alemanno e La Russa, in un coretto di mezze figure tra accademia e parlamento (menzione speciale per Gaetano Quagliariello, fusione perfetta di accigliata mediocrità e trombonesca autoconsiderazione), ne sono soltanto gli ultimi, per ora, squallidissimi, quanto miserandi portavoce.</div>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/dottorandistoria.wordpress.com/66/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/dottorandistoria.wordpress.com/66/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=66&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Scuola disastrata dai tagli Tremonti</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 13:19:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="pezzofirma">Mauro Ravarino</div>
<div class="modulogiornale"></div>
<div class="pezzotesto">Saranno gli insegnanti le principali vittime del decreto fiscale proposto dal governo Berlusconi, oggi al voto di fiducia alla Camera. Una vera gogna per la scuola e per tutti i settori della conoscenza. L&#8217;esecutivo vuole recuperare ben 8 miliardi di euro in tre anni &#8211; dicono i sindacati che hanno ottenuto in anteprima una bozza della manovra finanziaria &#8211; salteranno quasi 150 mila posti di lavoro: 100 mila cattedre e 43 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). <span id="more-55"></span><br />
Sotto la fantomatica dichiarazione di guerra ai «fannulloni» si giustificano tagli indiscriminati, con conseguenze pesantissime sull&#8217;intero sistema scolastico. Per la Flc-Cgil, «la scuola è diventata la principale fonte di risparmio della spesa pubblica». Obiettivo: debilitarel&#8217;istruzione pubblica, accantonare il tempo pieno e addirittura tornare al vecchio maestro unico, per il quale non provavamo certo nostalgia. Queste sono alcune delle ipotesi, inserite nel decreto, che farebbero balzare l&#8217;Italia indietro di quasi quarant&#8217;anni. Era, infatti, il 24 settembre del 1971, il giorno in cui il tempo pieno diventava legge, prevedendo la presenza di due docenti per classe. Ma gli attacchi non finiscono: caleranno i fondi alla ricerca ed è in cantiere una proposta di privatizzazione delle università, sotto forma di fondazioni.<br />
Il decreto fiscale presenta 174 articoli, attraverso i quali il mondo della conoscenza subirà ampie sforbiciate, tanto da far pronunciare a Enrico Panini un duro atto d&#8217;accusa: «Il governo &#8211; afferma il segretario generale della Flc-Cgil &#8211; scommette sull&#8217;ignoranza». In Italia si spende il 2% in meno del Pil rispetto agli altri Paesi europei e, negli ultimi dieci anni, la spesa per ricerca, scuola e università si è ridotta costantemente in rapporto al totale della spesa pubblica: «È evidente &#8211; aggiunge Panini &#8211; che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese, dai lavoratori e dagli strati meno ricchi».<br />
Vediamo nel dettaglio i punti caldi della bozza, partendo dal settore più a rischio. La scuola sarà sottoposta a un risparmio record di 7,832 miliardi di euro, il 30% dei quali saranno successivamente reinvestiti in politiche contrattuali di incentivazione. Quali le conseguenze? Si parla di un taglio di 100 mila cattedre in tre anni che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, considera «uno smantellamento della scuola statale». Gli istituti si spopoleranno anche di bidelli, tecnici e segretari; il personale Ata verrà infatti ridotto del 17%. A tale disastro, si aggiunge una devastazione degli ordinamenti scolastici, che «per la prima volta &#8211; commenta Panini &#8211; saranno più poveri di quelli precedenti». Al vaglio ci sono il ritorno del maestro unico nelle elementari e una riduzione di ore e materie nella scuola secondaria. Critico anche Francesco Scrima della Cisl scuola: «È un&#8217;operazione che porta solo a un depotenziamento della rete territoriale delle scuole, che non potranno più assicurare quel fondamentale diritto costituzionale che è l&#8217;istruzione per tutti».<br />
Per quanto riguarda l&#8217;università, agli atenei verrà fornita la possibilità di trasformarsi in fondazioni; una norma che &#8211; secondo la Cgil &#8211; alienerebbe il patrimonio pubblico a favore dei privati. Si rallentano poi gli scatti automatici ai docenti e si dà una stretta alle assunzioni: per il triennio che va dal 2009 al 2011 le università potranno, infatti, assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal 2012. Il fondo di finaziamento ordinario degli atenei subirà un taglio di 500 milioni di euro in due anni.<br />
Infine, arriviamo alla ricerca. Anche qui, la scure di Tremonti non si concede nessuna pietas. Saranno soppressi tutti gli enti di ricerca con meno di 50 unità di personale e per tutti gli altri è previsto un riordino e una riconferma assolutamente non scontata. Gli enti di tutela ambientale vengono riuniti sotto l&#8217;Irpa e passano sotto il ministero dell&#8217;Ambiente. Per gli enti pubblici di ricerca sono confermate le procedure in vigore dal primo gennaio. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avverranno nei limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over, con un peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Ormai è chiaro, il nuovo corso Gelmini si apre con le peggiori prospettive per i lavoratori della conoscenza.</div>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/dottorandistoria.wordpress.com/55/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/dottorandistoria.wordpress.com/55/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=55&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Contro la discriminazione di Rom e Sinti</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jun 2008 06:33:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stiamo assistendo alla triste deriva culturale del nostro paese, per cui non riepilogherò in questa sede tutte le discriminazioni alle quali sono sottoposti i nomadi. Voglio però segnalarvi il sito http://www.storiamestre.it , sito dell&#8217;Associazione per la storia di Mestre e del suo territorio. Il sito è interessante di per sè, in quanto l&#8217;Associazione svolge da [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=48&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo assistendo alla triste deriva culturale del nostro paese, per cui non riepilogherò in questa sede tutte le discriminazioni alle quali sono sottoposti i nomadi.</p>
<p>Voglio però segnalarvi il sito http://www.storiamestre.it , sito dell&#8217;Associazione per la storia di Mestre e del suo territorio. Il sito è interessante di per sè, in quanto l&#8217;Associazione svolge da venti anni un prezioso lavoro di ricostruzione della storia di Mestre. Oltre a ciò, però, gli storici mestrini hanno deciso di promuovere un appello al Sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, per testimoniare la loro solidarietà ai Sinti veneziani, contro il cui diritto ad un&#8217;abitazione decente si è recentemente scagliata una sparuta minoranza di cittadini. L&#8217;appello si trova alla pagina http://www.storiamestre.it/iniziative/iniziative/php . Vi invito a firmarlo.</p>
<p>Segnalo poi l&#8217;uscita del libro &#8220;Il caso zingari&#8221; (a cura di Marco Impagliazzo e con intro di Andrea Riccardi, Leonardo International, Milano 2008, € 12,00), in cui var studiosi analizzano e smontano alcuni pregiudizi diffusi contro i nomadi.</p>
<p>Come storici (e quindi come conoscitori delle tragedie scaturenti dalle persecuzioni razziali), abbiamo il dovere morale di impegnarci per sradicare ogni forma di pregiudizio e di razzismo.</p>
<p>Saverio http://www.saverioluzzi.it</p>
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		<title>I migranti di Michele Colucci</title>
		<link>http://dottorandistoria.wordpress.com/2008/06/05/i-migranti-di-michele-colucci/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 08:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dottrandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Da http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Giugno-2008/art54.html Migranti italiani nel dopoguerra Le politiche migratorie fra il &#8217;45 e il &#8217;57 sono il tema del saggio di Michele Colucci «Lavoro in movimento», per Donzelli. Una indagine documentata e avvincente su uno dei fenomeni fondanti della nostra società Emilio Franzina Passata a lungo sotto silenzio anche da parte degli studi specialistici su [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=46&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Giugno-2008/art54.html</p>
<div class="modulogiornale">
<div class="pezzotitolo"><strong>Migranti italiani nel dopoguerra</strong></div>
<div class="pezzosommario"><em>Le politiche migratorie fra il &#8217;45 e il &#8217;57 sono il tema del saggio di Michele Colucci «Lavoro in movimento», per Donzelli. Una indagine documentata e avvincente su uno dei fenomeni fondanti della nostra società</em></div>
<div class="pezzofirma"><em>Emilio Franzina</em></div>
<div class="pezzotesto">Passata a lungo sotto silenzio anche da parte degli studi specialistici su migrazioni e migranti, la ripresa a tratti tumultuosa, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, degli espatri dall&#8217;Italia per motivi economici e di lavoro costituisce un capitolo affascinante e sin qui poco conosciuto della nostra storia politica e sociale. Mentre imperversano i dibattiti innescati dall&#8217;ansia securitaria che sembra pervadere l&#8217;opinione pubblica di fronte all&#8217;arrivo di stranieri e d&#8217;immigranti percepiti tutti, in maniera sommaria e sbagliata, come soggetti a rischio o, nella migliore delle ipotesi, come pericolosi clandestini, è andato pressoché perduto il ricordo dei caratteri assunti, subito dopo l&#8217;ultima guerra, dalle massicce partenze, spontanee o pilotate, degli italiani per l&#8217;estero. In particolare, si direbbe, per quelle parti del vecchio continente in cui l&#8217;opera di ricostruzione postbellica scelse di avvalersi di lavoratori provenienti da quasi ogni regione della penisola spesso varcando in modo palesemente «illegale» i confini nazionali.<br />
Se infatti le peripezie dei «nostri» emigranti della seconda metà del &#8217;900 si associano nella memoria collettiva alla disoccupazione dilagante sino alle soglie del boom e &#8211; complici sciagure sul genere di Marcinelle o i «grandi numeri» di alcuni esodi di massa &#8211; a destinazioni particolari come il Belgio carbonifero e presto maggioritarie come, dalla fine degli anni &#8217;50, la Germania federale (e industriale) di Bonn, una sorta di rimozione avvolge le vicende di quella manodopera a basso costo che ebbe inizialmente per meta la Francia e la Svizzera, ma persino la Cecoslovacchia e la stessa Gran Bretagna.<br />
Già buon conoscitore delle esperienze fatte proprio nel Regno Unito dalle avanguardie di questi flussi che avrebbero finito, soprattutto altrove, per assumere proporzioni gigantesche, ne dà conto oggi Michele Colucci con un&#8217;indagine esaustiva ed esemplare che prende in esame l&#8217;emigrazione italiana in Europa dal 1945 al 1957, Lavoro in movimento (Donzelli, pp. 257, euro 23,50). L&#8217;autore appartiene alla schiera di giovani e bravi ricercatori cui il nostro sistema universitario, sempre più impoverito, stenta a fare spazio, incoraggiando per necessità i loro progetti all&#8217;espatrio verso lidi scientifici lontani. C&#8217;è, insomma, dell&#8217;ironia in questa vicenda che nondimeno ruota attorno a un argomento di grande rilevanza.<br />
Benché l&#8217;oggetto principale del libro rimangano le politiche migratorie dell&#8217;Italia repubblicana e quelle di richiamo e di «accoglienza» degli Stati coinvolti nell&#8217;immane tourbillon (nel senso stretto di «gabbia rotante») di partenze e di arrivi, Colucci fornisce &#8211; sulla scia delle analisi di Romero, di Pugliese e più recentemente di Rinauro, ma molto approfondendo &#8211; una ricostruzione convincente e avvincente degli avvenimenti. Essa è insieme un affresco delle storie di migliaia di uomini e di donne espatriati in cerca di miglior fortuna, e una acuta riflessione sulle dinamiche delle migrazioni internazionali in età contemporanea. Le scelte compiute dai primi e quelle fatte dalle forze politiche e di governo aiutano a comprendere meglio gli sviluppi successivi e persino alcune configurazioni attuali di un fenomeno troppo tardi riconosciuto come fondante dei destini (non solo economici) del mondo occidentale.<br />
Il volgere all&#8217;apparenza breve dei dodici anni in cui si racchiude la materia del racconto non deve trarre in inganno perché dopo la stasi determinata non tanto dalla guerra quanto dalla prolungata chiusura degli sbocchi emigratori dopo la crisi del &#8217;29, essi rappresentano statu nascenti la cornice esatta di una molto relativa «restaurazione liberista» postbellica dei mercati: qui, ovviamente, di un mercato del lavoro in cui tuttavia la persistenza delle pratiche stataliste già proprie del tardo fascismo interagirono costantemente, a conti fatti, con le spinte provenienti «dal basso» ossia dalle autonome decisioni prese dai migranti in ambito familiare e locale.<br />
Che la «restaurazione liberista» avvenisse, come suggeriva molti anni fa Ester Fano Damascelli, dentro un quadro ideologico condizionato dall&#8217;antifascismo e dalle avvisaglie della guerra fredda dipendeva anche dal fatto che tutte le aperture liberoscambiste della nostra politica governativa, al pari di quelle degli altri paesi del vecchio continente, puntavano sì all&#8217;inserzione dell&#8217;Italia in spazi mercantili più ampi e alla sua partecipazione al processo appena avviato dell&#8217;integrazione europea, ma anche al mantenimento (o alla sagace manutenzione), come ha ben spiegato Rolf Petri, di un notevole controllo statale sull&#8217;economia e di conseguenza sull&#8217;andamento dei flussi rimasti a lungo, per il nostro paese, la moneta di scambio privilegiata onde agevolarne l&#8217;ingresso nella nuova area geopolitica occidentale in fieri dopo la guerra ed auspicata, all&#8217;epoca, dagli stessi Stati Uniti.<br />
Facendo ricorso a un imponente lavoro di scavo archivistico e a una invidiabile padronanza sia della produzione pubblicistica e giornalistica del tempo sia della letteratura storiografica esistente, Colucci propone già in apertura del suo lavoro l&#8217;interessante profilo «interpretativo» entro cui calare ogni riflessione riguardante un tale insieme di circostanze. Alla descrizione del ruolo ricoperto fra ricostruzione e miracolo economico dall&#8217;emigrazione europea degli italiani definita (e obiettivamente risultata) di tipo «temporaneo», l&#8217;autore fa seguire una attenta rassegna dei dibattiti che dal periodo finale del conflitto e dai lavori della Costituente cercarono di prendere le misure d&#8217;una realtà sul serio «in movimento».<br />
Con una facile battuta ispirata al titolo del libro si potrebbe anzi dire che Colucci ci parla così di un lavoro che, dopo la Liberazione, rapidamente mobilita l&#8217;uomo, ma sempre in mezzo a grovigli di esperienze pagate a caro prezzo e a coacervi stratificati di provvedimenti normativi di cui diventano emblema, in Italia, gli apparati pubblici di direzione e di controllo (Uffici del Lavoro e della «massima occupazione», centri d&#8217;emigrazione e di smistamento o d&#8217;inoltro, burocrazia diplomatica e dei passaporti). Ad essi fanno riscontro, in relativa discontinuità rispetto al passato (si pensi solo all&#8217;emigrazione nella Francia dell&#8217;entre-deux-guerres), le stagioni degli «accordi» bilaterali dove peraltro all&#8217;Italia toccò sempre il posto del convitato più debole: a riprova del fatto che la stessa condizione di «ospiti» più e meno provvisori, socialmente penalizzati, quando non discriminati e maltrattati, consegue senz&#8217;altro da paure incontrollate dei «nativi» già ben note alla storia degli italiani all&#8217;estero, ma in grande misura dipende anche dal modo in cui se ne pilotò la «scomoda» inserzione nei contesti lavorativi e sociali di arrivo.<br />
Qui la xenofobia e l&#8217;intolleranza, all&#8217;insegna di una non infrequente razzializzazione e di un&#8217;altrettanto diffusa criminalizzazione, aumentarono a dismisura il prezzo di un sacrificio di cui alla fine in Italia, si avvantaggiarono soprattutto i «rimasti» e, nel suo insieme, l&#8217;organismo economico nazionale. Rivista col senno di poi e con lo sguardo che in un libro di duecentocinquanta pagine può essere dedicato solo ad alcune delle infinite vicissitudini «private» delle persone in carne ed ossa, la situazione affrontata da Colucci dovrebbe quindi venir buona per capir meglio il presente in cui, a parti rovesciate, ci troviamo a vivere (anche se di questi tempi fra Bossi&amp;Fini e Maroni c&#8217;è molto da dubitarne); in ogni caso conferma l&#8217;idea che quella decina d&#8217;anni dei quali egli ci regala, per l&#8217;emigrazione in Europa, una lettura partecipe e documentata costituiscono, come ennesimo «laboratorio del dopoguerra», un punto d&#8217;osservazione meritevole d&#8217;essere da tutti ripensato.</div>
</div>
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		<title>Discutere del &#8217;68</title>
		<link>http://dottorandistoria.wordpress.com/2008/05/17/discutere-del-68/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 May 2008 17:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dottrandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Viaggio-intorno-al-68/2025648&#38;ref=hpsp LIBRI Viaggio intorno al &#8217;68 di Carla Benedetti Fra i vari libri sul &#8217;68 si fa notare il saggio di Anna Bravo &#8216;A colpi di cuore. Storie del Sessantotto&#8217;. E&#8217; interessante l&#8217;approccio ampio e trasversale Nel mare magnum dei discorsi sul &#8217;68, il saggio di Anna Bravo &#8216;A colpi di cuore. Storie del Sessantotto&#8217; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=37&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Viaggio-intorno-al-68/2025648&amp;ref=hpsp</p>
<div class="occhiello">LIBRI</div>
<h1>Viaggio intorno al &#8217;68</h1>
<div class="firma">di Carla Benedetti</div>
<p><strong>Fra i vari libri sul &#8217;68 si fa notare il saggio di Anna Bravo &#8216;A colpi di cuore. Storie del Sessantotto&#8217;. E&#8217; interessante l&#8217;approccio ampio e trasversale</strong></p>
<p>Nel mare magnum dei discorsi sul &#8217;68, il saggio di <strong>Anna Bravo &#8216;A colpi di cuore. Storie del Sessantotto&#8217;</strong> (Laterza, pp. 322, E 15) si fa notare per l&#8217;approccio ampio e trasversale, felice proprio in quanto sghembo. Invece di tracciare una storia dei movimenti, o accumulare dati e riflessioni in vista di una tesi interpretativa generale (ne circolano tante in questo anniversario: Zizek vede nella liberazione sessuale di quegli anni i <strong>germi dell&#8217;odierno edonismo</strong> e, richiamando <strong>Lacan</strong> invece di Pasolini, si chiede se tutto quell&#8217;entusiasmo per la libertà non sia stato in realtà solo un mezzo per sostituire una forma di dominio con un&#8217;altra; Scalfari vi vede una &#8220;resa al presente&#8221; e al &#8220;qui e ora&#8221;; altri, richiamando Badiou, parlano di fine dell&#8217;epoca delle rivoluzioni), la Bravo mette fuoco alcuni temi cruciali, lasciando che i materiali e le riflessioni si orientino attorno a essi come a dei magneti. Il primo, a cui sono dedicati due capitoli, è &#8216;Radici&#8217;. Seguono &#8216;Amore&#8217;, &#8216;Dolore&#8217;, &#8216;Violenza&#8217;.</p>
<p>Si tratta di questioni particolarmente &#8216;calde&#8217; e, nel caso del dolore, quasi di un tabù. Per i movimenti di quegli anni esso restò infatti &#8216;un corpo estraneo&#8217; &#8211; per esempio, in tutta la battaglia per l&#8217;aborto nessuno parlò mai del &#8216;dolore del feto&#8217; &#8211; ma la stessa cosa vale per i loro interpreti odierni. <strong>Gli anni &#8217;60 e i primi &#8217;70 sono ricordati oggi soprattutto per le trasformazioni culturali e di mentalità che hanno innescato</strong>. La Bravo invece, che è storica dei movimenti delle donne, del genocidio e della deportazione, si rifiuta di considerarli nella ristretta prospettiva culturalista e porta dentro al suo discorso ciò che gli altri di solito lasciano fuori. Così, in questa &#8216;cognizione del dolore&#8217; (è l&#8217;autrice a usare l&#8217;espressione) la prospettiva si allarga fino a prendere dentro i corpi, &#8220;la materia vivente&#8217;, i &#8220;limiti della condizione umana&#8221; e tante domande che di solito non vengono, né allora né oggi, considerate &#8216;politiche&#8217;. E se c&#8217;è un limite in questo libro ricco e vivace, esso sta solo nel non aver imboccato questa via ancor più radicalmente.</p>
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<div id="adMiddle"></div>
<div class="data">(13 maggio 2008)</div>
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		<title>Carteggi. Una guerra fra due generazioni: in un volume il confronto-scontro</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2008 17:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dottrandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calamandrei]]></category>
		<category><![CDATA[carteggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Calamandrei, quando il figlio educa il padre La scelta armata di Franco convinse Piero, attendista, a riconoscere i meriti della Resistenza di SERGIO LUZZATTO «Tu cerchi in me non tanto quello che ci accomuna, che ci avvicina, che ci rende fratelli, oltre che padre e figlio, ma quello che ci mette in contraddizione, che ci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=34&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Calamandrei, quando il figlio educa il padre</h1>
<h2>La scelta armata di Franco convinse Piero, attendista, a riconoscere i meriti della Resistenza</h2>
<p>di SERGIO LUZZATTO</p>
<p>«Tu cerchi in me non tanto quello che ci accomuna, che ci avvicina, che ci rende fratelli, oltre che padre e figlio, ma quello che ci mette in contraddizione, che ci oppone, che ci separa». <span id="more-34"></span>Scrivendo al padre da Roma, nel febbraio del 1940, Franco aveva dimostrato di avere le idee sin troppo chiare: «È questa tua prevenzione (reciproca, indubbiamente, ma più forte ed esasperata da parte tua) che rende difficili i nostri rapporti». A ventidue anni, il figlio unico non era più disposto a farsi dettare legge dal padre: quand’anche quel padre fosse un giurista fra i più insigni d’Italia, e si chiamasse Piero Calamandrei.</p>
<p>Le lettere scambiate da Piero e Franco tra il 1939 e il ‘44, cioè tra lo scoppio della seconda guerra mondiale e la liberazione di Roma dall’occupazione tedesca, figurano in un nuovo volume della Laterza interamente composto di materiali inediti, tratti da quell’autentica miniera documentaria che si va rivelando l’archivio della famiglia Calamandrei. Sono lettere evocative non soltanto di un intenso, complicato, a volte drammatico rapporto padre-figlio, ma anche di un ben diverso destino generazionale: perché un conto era avere compiuto vent’anni nell’Italia di Giolitti, tutt’altro era averli compiuti nell’Italia di Mussolini. E sono lettere allusive di un rapporto non ovvio tra due anime dell’Italia novecentesca: l’anima antifascista incarnata da Piero, l’anima comunista incarnata da Franco.</p>
<p><span style="font-weight:bold;">Nel saggio che introduce Una famiglia in guerra, </span>Alessandro Casellato ricostruisce con sensibilità e acutezza il duplice trauma di Piero Calamandrei. Dapprima, il trauma di un fermo oppositore della dittatura mussoliniana che si era scoperto in casa — durante la seconda metà degli anni Trenta — un figlio fascista. Poi, dopo il 25 luglio 1943 e la caduta del regime, il trauma di un cinquantacinquenne indeciso, disorientato, travolto dalla storia, che scopre come quel figlio — ormai lontano da casa — sia diventato comunista. Una scelta che il padre non riesce assolutamente a condividere, meno che mai quando capisce che il figlio è pronto a viverla sino in fondo: facendosi partigiano gappista nella Roma occupata dai tedeschi. Il 10 settembre 1943 (appena due giorni dopo l’armistizio, e quando ancora si trovava a Venezia, funzionario del locale archivio di Stato), Franco Calamandrei spiegò ai genitori come l’8 settembre gli sembrasse sì una tragedia, ma una tragedia benefica: «Tutto ciò era necessario, inevitabile, è l’ultimo atto dello sfacelo che doveva accadere per rendere l’aria dell’Italia e del mondo un poco più respirabile ». E Franco lasciò intendere come le circostanze stesse della rovina d’Italia gli dischiudessero la prospettiva di una vita nuova, grazie all’incontro con quanti cominciavano allora la Resistenza. «Sono in mezzo ad amici affezionati, a tutta una fraterna società che mi considera uno dei suoi da sempre»: la fraternità che non gli era stato possibile condividere con il padre, il figlio contava di realizzarla con i sodali della lotta armata contro il nazifascismo.</p>
<p><span style="font-weight:bold;">Raggiunta Roma, Franco divenne un capo dei Gap.</span> E fu nel ferro e nel fuoco della guerra civile ch’egli conobbe una giovane partigiana comunista, Maria Teresa Regard, che partecipò con lui ad azioni militari fra le più intrepide e significative della Resistenza romana. Al pari di numerose altre coppie di gappisti, dopo la liberazione della capitale Franco e Teresa avrebbero suggellato con il matrimonio un’esperienza di lotta vissuta come avventura, come conversione, come rinascita, insomma come Resistenza «esistenziale», prima ancora che come l’adesione a un progetto compiutamente politico.</p>
<p>Intanto, sfollato in un paesello della campagna umbra, Piero Calamandrei faticava — una volta di più — a riconoscere le ragioni del figlio. Nel suo diario, Piero esprimeva giudizi severi intorno a quella Resistenza di cui pure si sarebbe fatto l’ineguagliato cantore, durante il decennio successivo alla Liberazione: quando Franco e Teresa, da intellettuali organici del «partito nuovo» di Togliatti, si sarebbero messi il gappismo alle spalle, arrivando a ironizzare sull’importanza delle medaglie al valore ricevute, mentre Piero sarebbe salito sopra le spalle stesse del figlio, della nuora, degli allievi fiorentini che avevano combattuto il nazifascismo, per distillare dalle loro battaglie l’epos dell’Italia nuova.</p>
<p><span style="font-weight:bold;">«I figli devono educare i genitori »: </span>tale la convinzione cui Franco era pervenuto fin dagli esordi della sua esperienza partigiana, e tale la conclusione che si è tentati di ricavare dalla lettura di Una famiglia in guerra. Se anche a Piero fu dato infine di riconoscere nell’8 settembre ‘43 non tanto una fine, ma un inizio, non tanto la morte della patria, ma la nascita di una patria diversa e migliore, questo si dovette a uomini come Franco e a donne come Teresa: ai figli che educarono i genitori scegliendo di non avere paura, decidendo di imbracciare le armi, riuscendo a uccidere il nemico della Wehrmacht o di Salò.</p>
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<p>Le lettere scritte da Maria Teresa Regard al marito dopo il 1944 fanno di lei la terza protagonista di un volume che segue l’evolversi del rapporto tra Franco e Piero Calamandrei fino all’improvvisa scomparsa di quest’ultimo, nel 1956. Ancora un rapporto non facile, per la comprensibile renitenza di entrambi, padre e figlio, a inchinarsi davanti all’autorità dell’altro (e inoltre per la naturale ritrosia di un uomo della generazione di Piero ad accettare un dialogo paritario con la nuora, una donna…). Ma un rapporto reso non facile anche dal disagio di Franco e Teresa nel vivere, dopo l’ardente stagione dell’incanto resistenziale, la fredda stagione del disincanto repubblicano: da intellettuali funzionari più che da intellettuali militanti, grigie pedine nel «lavoro culturale » del Pci più che alfieri coraggiosi di una rivoluzione a venire.<br />
L’ultimo capitolo di questa storia di famiglia si consuma alla vigilia della morte di Piero. Franco si trova allora in Cina, corrispondente dell’Unità da Pechino. I genitori sono andati a trovarlo da poco, e sono rientrati in Italia talmente compresi dei meriti storici del comunismo da decidere di alienare le proprietà avite, nelle campagne di Montepulciano. «Hanno venduto tutte le terre, dopo la Cina (!)», scrive Teresa a Franco. Soltanto adesso, a fronte di un gesto così simbolico, la nuora è pronta a entusiasmarsi per la figura del suocero. «Tuo padre è meraviglioso. Vorrebbe iscriversi al P.(artito), ma dice che non lo fa perché ormai è troppo vecchio. È assolutamente con noi».</p>
<p class="footnotes">Sergio Luzzatto<br />
<strong>18 aprile 2008</strong></p>
<p>fonte: <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_18/calamandrei_b3a31b8e-0d0e-11dd-9f4c-00144f486ba6.shtml">corriere della sera</a></p>
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		<title>I SENTIERI DEL CIELO, di Luigi Guarnieri</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2008 16:52:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione di Massimo Gardella Nel Seicento in Italia era diffuso un modo di dire che anche oggi non ha perso la sua forza: &#8220;Franza o Spagna purché se magna&#8221;. Parliamo de  I sentieri del cielo (Rizzoli “La Nuova Scala”, pagg. 327, euro 19,00) quinto romanzo di Luigi Guarnieri, che per lo stesso editore ha pubblicato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=33&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Recensione di Massimo Gardella</p>
<p>Nel Seicento in Italia era diffuso un modo di dire che anche oggi non ha perso la sua forza: &#8220;Franza o Spagna purché se magna&#8221;. Parliamo de  <em>I sentieri del cielo</em> (Rizzoli “La Nuova Scala”, pagg. 327, euro 19,00) quinto romanzo di Luigi Guarnieri, che per lo stesso editore ha pubblicato nel 2006 <strong>La sposa ebrea</strong>. Tutt’altro registro stilistico per questo affresco sanguinario sulla prima guerra combattuta dalla neonata Italia unita, nell’anno del Signore 1863, nella terra di mezzo di una Calabria primordiale: gole montane cupe come leggende di un pantheon pagano, vallate ampie e ricoperte da foreste edeniche e tramonti infuocati alla Caspar Friedrich.<span id="more-33"></span></p>
<p><a name="more"></a></p>
<p>Si tratta della guerra al brigantaggio, contro i ribelli ex soldati borbonici che allo sbando si sono uniti a mandriani, contadini disperati e “cafoni” nel senso latino della parola per commettere nefandezze e scorrerie di una disumana brutalità contro i proprietari terrieri, nobili spesso solo per il <em>pedigree</em>, il cui sangue (che fin da subito scorre a fiumi) è tutt’altro che blu.<br />
Il romanzo di Guarnieri è un’opera di eccellente documentazione su un periodo della nostra storia che si presta benissimo a essere espanso ad allegoria dello stato attuale della frammentazione in cui il nostro Paese si ritrova, ossia gli anni subito posteriori al “tradimento” degli ideali garibaldini, con l’alleanza del nuovo governo italiano con i grandi proprietari terrieri (che lasciò i ceti mediobassi e la popolazione contadina letteralmente senza proprietà personali) e la violenta repressione dell’esercito dei piemontesi per inculcare a suon di moschetto e sciabola nella popolazione il “nuovo ordine” delle loro esistenze. Diciamo che il principio base, al di là della lotta al brigantaggio, è lo stesso dei soldati blu con gli indiani d’America: stragi deliberate da entrambe le fazioni, in cui il concetto di “umanità” si disintegra in nome di un’efferata violenza proclamata con leggi e decreti per giustifiarla. È l&#8217;imbattibilità del Male a guidare le azioni dell&#8217;uomo, e in questo il romanzo di Guarnieri rivela molti punti di contatto con il Cormac McCarthy di <strong>Meridiano di sangue </strong>(Einaudi), di cui condivide la non partecipazione e l&#8217;assenza di compiacimento e retorica nella descrizione degli eccidi compiuti dai soldati piemontesi e dai briganti calabresi, in cui non viene risparmiato nessuno, uomini, donne e bambini, giovani e vecchi, a volte nemmeno dopo la morte (come nella sequenza dello stupro del cadavere di una donna incinta, annegata in un rivo dal caporale Malgara dopo la terribile scena della strage di Santa Reina). Come nel citato romanzo di McCarthy, che si misura con l&#8217;epica virile di Melville trasponendo la caccia alla balena bianca nella Frontiera del 1859 (forse rappresentato dal suo giudice Holden, palla di grasso glabra e imponente che si porta dietro un taccuino su cui annota e disegna il mondo prima di distruggerlo, perché niente può esistere all&#8217;infuori di ciò che viene trascritto su quelle pagine), <strong>I sentieri del cielo </strong>è anche uno splendido libro di viaggio, una carneficina itinerante che avvicina la Sila Grande al Rio Grande, uno spazio mentale e dell&#8217;anima in cui l&#8217;unico valore esistente è una pietà che ogni personaggio descritto cerca e rinnega allo stesso tempo, ringhiando a denti stretti la delusione per un Dio ormai inesistente, che la Natura sovrana dei luoghi selvaggi in cui la storia si manifesta (anche quella con la &#8220;s&#8221; maiuscola) non dà segno di conoscere. Anche qui come in McCarthy &#8211; ma il paragone finisce in questo confronto &#8211; la Natura contempla impassibile il corso degli eventi, è immane e indifferente ai travagli dell&#8217;uomo, si mostra a volte di un superiore cinismo, magico per certi versi, e non teme di esporre i suoi figli deviati all&#8217;occhio dell&#8217;epoca illuminista (come nella splendida scena in cui i soldati trovano il corpo di un &#8220;licantropo&#8221; e il maggiore Albertis, uomo moderno per eccellenza, cede al folclore decapitandolo con un colpo d&#8217;ascia).<br />
Provate a leggere il romanzo di Guarnieri con una mappa della Calabria, seguite il tragitto di Albertis e dei suoi soldati, uomini semplici e spesso ignoranti come i banditi a cui danno la caccia, che si ritrovano in un meridione oggettivamente e geograficamente parte dello stesso territorio, ma in realtà distante dal cuore e dall&#8217;immaginazione come può esserlo l&#8217;Africa nera. Lo stile di Guarnieri è eccellente, riesce a essere descrittivo con poche pennellate, senza insistere nei particolari macabri seppur descrivendoli perché è necessario che sia così, per entrare nella dimensione infernale dell&#8217;istinto umano. A tutto soggiace un discorso che vogliamo definire politico perché lo è in nuce: la legittimità dello Stato italiano coniata da poteri superiori e imperscrutabili come l&#8217;opera divina, ma a un livello molto più basso, come l&#8217;interesse delle classi legate alla casta sovrana. In questo l&#8217;epos di Guarnieri, che fornisce tutti gli strumenti per documentarsi &#8211; per chi ne avrà voglia e tempo &#8211; su quella fase di transizione della nostra storia nei primi anni dell&#8217;Unità, richiama modelli western (o per meglio dire anti-western) che risalgono alle celebri ballate cinematografiche di eroi perduti come il <em>Pat Garrett &amp; Billy the Kid </em>di Sam Peckinpah e per certe scene anche <em>Il mucchio selvaggio </em>dello stesso, oppure il bizzarro e affascinante Missouri di Arthur Penn (già cantore dell&#8217;amore violento e disperato di John Dillinger con uno dei <em>road movies </em>più significativi del cinema americano anni settanta) e per arrivare a esempi più vicini il Clint Eastwood de <em>Gli spietati </em>(soprattutto per la trasformazione del vecchio pistolero William Munny nell&#8217;ultimo terrificante quarto d&#8217;ora del film) e de Lo straniero senza nome, che vernicia un&#8217;intera cittadina di rosso e la ribattezza HELL, inferno, prima di compiere la sua spaventosa vendetta.<br />
Anche l&#8217;amore, nel romanzo di Guarnieri, vive di una luce disperata, una zattera male in arnese che cerca di resistere alle bordate di una civiltà deflagrata, simile al monumentale dipinto di Théodore Géricault; un amore di tanto in tanto alleggerito da bellissimi versi in dialetto calabrese, canzoni popolari dei braccianti che intonano un sentimento che vive solo nelle parole, perché nel mondo reale domina il sangue. In ultimo, conscio del fatto di ripetermi, senza dimenticare che in fin dei conti è un romanzo bellico, in certe situazioni ho ritrovato il Fuller de <em>Il grande Uno Rosso </em>di cui <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002543.html#002543">ho già avuto modo di segnalare la levatura</a>, soprattutto nel parallelo tra il maggiore Albertis e il Sergente dei Marines dell&#8217;opera citata: quando Albertis si prende a cuore e porta con sé una ragazzina, unica sopravvissuta al massacro di Santa Reina, rapata a zero e in condizioni cagionevoli, è impossibile non farsi venire in mente la scena del romanzo di Fuller in cui il Sergente cerca di curare una piccola sopravvissuta, spaurita e prossima a spegnersi, del lager nazista di Falkenau, nella Cecoslovacchia della seconda guerra, perché entrambi sono militari che non temono la morte o il giudizio divino, ma sono alla ricerca di un&#8217;innocenza forse perduta per sempre.<br />
<strong>I sentieri del cielo </strong>è davvero un romanzo a sé nel panorama letterario nazionale, una vera chicca, che merita un&#8217;attenzione diversa a quella cui finora è stato sottoposto.</p>
<p>fonte: <a href="http://carmillaonline.com">carmillaonline</a></p>
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		<title>Alexis de Tocqueville, un brano.</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 12:54:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[brani]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;&#8230;.Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni  materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone  che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell&#8217;abitudine alla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=32&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>&#8220;&#8230;.Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni  materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone  che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. <span id="more-32"></span>Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell&#8217;abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri.. Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada  aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po&#8217; di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. <strong>Che garantisca l&#8217;ordine anzitutto! </strong></div>
<div>Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell&#8217;ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all&#8217;altro può presentarsi l&#8217;uomo destinato ad asservirla. </div>
<div>
</div>
<div>Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei <strong>propri affari privati</strong> i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all&#8217;universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo&#8221;.</div>
<br /><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/dottorandistoria.wordpress.com/32/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/dottorandistoria.wordpress.com/32/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=32&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>André Gorz scrive a D., di Rossana Rossanda</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 10:26:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dottrandi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="pezzotesto">Verso la fine del 2006 usciva a Parigi Lettre à D. di André Gorz. Sottotitolo: «Récit», racconto o rendiconto. D. era la sua compagna, Dorine. Ci sorprese di Gorz, che veniva da Les Temps Modernes di Sartre, del quale avevamo conosciuto sempre libri e saggi filosofici o politici, ma questa era una lettera d&#8217;amore. Di più, un lungo domandare perdono a lei, tanto più forte. Dopo cinquantotto anni di vita passati assieme, era sempre così «bella e aggraziata e desiderabile» che egli «di recente (era) tornato a innamorarsene».<span id="more-26"></span><br />
Da quando si erano incontrati a Losanna nel 1947, ancora frastornati dalla guerra, non si erano più lasciati, lei la sua sola donna, lui il suo solo uomo. Lui un allampanato ebreo austriaco &#8211; cioè niente, aveva detto qualcuno &#8211; lei un&#8217;affascinante ragazza inglese, la pelle trasparente e la capigliatura rosso miele. Che cosa avrebbe potuto vedere in lui quello splendore? Invece lo splendore lo aveva visto e si erano consegnati l&#8217;uno all&#8217;altra. Per la vita, aveva deciso lei; lui dubitava di tutto, e in specie di ogni istituzionalizzazione, ma lei aveva tagliato corto: un progetto di vita è cosa che si sceglie e sarebbe stato, e sarebbero stati, quel che ne avrebbero fatto. Quasi Sartre. Che avevano in comune due esseri così differenti? Una ferita originaria. Quella di coloro al cui venire alla luce la madre non aveva sorriso. Una non infanzia. Il non avere un proprio posto. Tutti e due avevano lasciato l&#8217;approssimativa famiglia e il loro paese per farsi uno spazio da soli, senza radici, in un altrove. Lei era a Losanna per fare teatro, lui lavoricchiava per scrivere. Lei sorridente e ferma nelle sue idee, avvezza a gettare in ironia e nei nonsense quel che faceva male, lui impegnato a non esistere. Scrivendo. Mettere il reale in parole e concetti era un modo di esorcizzarlo, autorizzarsi a non essere che il tassello d&#8217;una teoria.<br />
Avevano vissuto assieme in estrema povertà, perché a loro del denaro nulla importava e dei consumi ancora meno, non per ascetismo ma per superbia, approdando finalmente in una stanza al centro di Parigi e al primo salario fisso. Era una rivista internazionale della stampa, poi sarebbe stato L&#8217;Express, e nel 1964, con Jean Daniel, Serge Lafaurie, K.S.Karol, Le Nouvel Observateur. Lui scriveva giorno e notte, ma lei trovava la documentazione, la raccoglieva e ordinava, diventarono una coppia celebre del giornalismo senza peli sulla lingua, quello che coglie il problema, fa nomi, date e cifre e non offre mai il fianco a una querela. Era lei a individuare i temi, a valutarli e lui scriveva. «Vuoi scrivere e allora scrivi», informandolo blandamente che doveva anche dormire e che non apriva bocca da tre giorni. Segnalava poi quel che non andava e, peggio, «aveva ragione». Lui, sempre invece in dubbio su se stesso, si esponeva sotto diverse identità, in modo da averne almeno tre «e dunque nessuna». Era nato Gerhard Horst, era diventato Gérard Horst per lo stato civile francese, era André Gorz in Les Temps modernes e nei libri, i Michel Bosquet nel Nouvel Observateur e in alcuni libri-inchiesta. Lei, Doreen, era diventata Dorine. Lui non voleva saperne del tedesco, fra loro la lingua fu l&#8217;inglese &#8211; insomma il più possibile amabili «senza patria», curiosi del mondo, che percorrevano in stanze d&#8217;affitto e nutrendosi di panini sulle panchine, lei imperturbabile signora, lui spennacchiato, gli occhi attenti e la voce bassa e implacabile.<br />
Poi successe che la bellissima, appena scampata al cancro con il quale la natura si sbarazza di noi donne appena finisce l&#8217;età feconda, s&#8217;era trovata addosso una malattia degenerativa delle ossa &#8211; atroci dolori e immobilità, e, dopo molte ricerche scopriva di essere stata avvelenata, durante un&#8217;analisi clinica, da un mezzo di contrasto. Scoprivano sulla loro pelle i disastri dell&#8217;illusione medica. Non ne sarebbe mai potuta guarire.<br />
E lui lasciò in anticipo il Nouvel Observateur. Con l&#8217;indennità e la pensione e il gruzzolo che avevano raccolto come formichine, si fecero una casetta fuori città, dove costava poco, l&#8217;aveva disegnata lei, ma avevano appena cominciato a viverci che sorse accanto una centrale nucleare. Se ne andarono in un paesino non proprio a due passi, in una vecchia casa di campagna con un gran prato incolto attorno. Spartana. Lasciavano Parigi e quel grande settimanale senza rimpianti, né propri né altrui. Erano gli «ET» di sempre. Ancora pochi viaggi, e là sarebbero rimasti, lui prendendosi cura di lei, sempre meno mobile, per ventitre anni.<br />
In capo ai quali egli le dedicava quello scritto amoroso. Che era anche una riflessione su di sé, tutto intero, perché aveva scritto era nei sessanta anni passati insieme. Ma soprattutto sulla sua immaturità di maschio, sulla condiscendenza con la quale aveva accettato una creatura che ormai riteneva intellettualmente superiore, più adulta, rabbrividendo di quel che ne aveva scritto nel suo primo libro, e dopo ben sette anni di vita comune, mentendo e mentendosi. Rileggendo Le Traître (1958) ne era arrossito di vergogna &#8211; aveva parlato di sé, gli pareva, spietatamente, in verità ammiccando al lettore come un occhio «al di sopra» di quel che era stato. E di lei? Come di una ragazza che senza di lui sarebbe stata sperduta, senza più riferimenti &#8211; lei così bella e piena di amici, così attesa da un uomo che la voleva assolutamente, così vitale e aperta alle cose. Le chiedeva perdono. Non succede così spesso che un uomo lo faccia. Né che lei avesse letto, allora, senza batter ciglio, sorridendo &#8211; lei che sapeva. Adesso erano molto vecchi, lei ancora così bella ma giunta quasi alla fine. E lui &#8211; scrive &#8211; ormai perseguitato da un sogno: un uomo segue un feretro, quell&#8217;uomo è lui, Gérard, e nel feretro c&#8217;è lei, e si svegliava in tumulto. Non voglio seguire il tuo funerale, assistere alla tua cremazione, ricevere le tue ceneri. Siamo uno per l&#8217;altro e uno attraverso l&#8217;altro. Se si potesse vivere due volte, ci sceglieremmo di nuovo.<br />
Una bellissima lettera d&#8217;amore coniugale. Ma quelle parole precipitarono in tutto il loro peso nell&#8217;ottobre dell&#8217;anno seguente &#8211; non lo aveva scritto, André a D., che le parole sono una cosa e il vivente un&#8217;altra? &#8211; in un concitato lunedì quando ci comunicarono che s&#8217;erano uccisi assieme il sabato. Lasciando tutto in ordine, alcune lettere, un cartello sulla porta per la donna che li aiutava in casa &#8211; avvertite la polizia. Due giorni dopo usciva su Le Monde un annuncio, che nessun firmava e dovevano aver steso assieme: Gérard Horst, detto André Gorz, s&#8217;era tolto la vita assieme a Dorine, l&#8217;appuntamento per la incinerazione era all&#8217;ora tale del giorno tale. All&#8217;ora tale del giorno tale ci trovammo in sei nell&#8217;anonimo frigorifero alla periferia del borgo medievale di Troyes, quello di Chrestien de Troyes e dell&#8217;antica biblioteca. Loro non erano vissuti a Troyes, ma in un villaggetto a venti chilometri, che non aveva un crematorio, Vosnon. Ci presentammo, la signora sindaco di Vosnon, Serge Lafaurie del Nouvel Observateur, la donna che aveva trovato sulla porta il cartello, due stupiti signori dell&#8217;associazione di carità protestante che non li avevano mai visti e cui lasciavano i loro pochi averi. Le due bare erano accanto, lui le dava la destra, e su quella di lei era scritto il nome con il quale era nata, Doreen Kahn. La sfiorai con la mano, stupido gesto se non è fatto ai vivi e non lo avevo fatto. Non ero andata a trovarli. Adesso erano in quelle due casse lucide e dotate di maniglie.<br />
Impossibile pensare a Gorz come prima di aver letto la Lettera a D. In fin dei conti, chi può dare l&#8217;interpretazione autentica di una esistenza se non chi l&#8217;ha vissuta? Di quei due che si sono voluti uno, Doreen resta il punto fermo, apparentemente dedicata ad aiutare l&#8217;uomo che amava, in realtà quella che teneva assieme tutto. Tutti e due avevano subito quella ferita originaria, ma lei ne era uscita sicura, e lui in dubbio se avesse diritto di esistere. Dove se poteva trovar ragione se non nell&#8217;etica come sistema di relazioni, nella relazione come principio dell&#8217;etica? Di questo stava scrivendo quando si erano conosciuti, Fondements pour une morale (ce lo mandò anni dopo con una dedica scherzosa, che lo definiva un «lavoro sull&#8217;impossibile (almeno provvisoriamente)».<br />
Anni dopo perché Sartre, il primo cui l&#8217;aveva fatto leggere, lo aveva gelato: chi avrebbe pubblicato quelle seicento pagine massicce (ed erano inizialmente di più)? Gli stessi interrogativi sarebbero passati, più leggibili, in Le Traître. Scriveva dell&#8217;impossibilità di stare in un mondo da parte di uno che ne era stato rifiutato e rifiutava, uno in terza persona, nulla se non mera possibilità, se disancorato da una terra, corpo, lingua, rapporto con l&#8217;altro. «Noi. Loro. Gli altri. Tu. Io». Io per ultimo, io come risultato. E «tu» era chiamata Kay, ormai a due metri di distanza, e lui non era capace di riconoscerla, l&#8217;aveva rimpicciolita, e spudoratamente scriveva che dei due era lei che non sarebbe stata capace di reggere senza l&#8217;altro. Adesso che aveva piantato duecento alberi di frutta fra una corsa e l&#8217;altra a fare la spesa, e scriveva a mezzo mondo senza vedere quasi nessuno &#8211; Sartre e Simone erano morti da un pezzo, e Ivan Illich lontano a Cuernavaca &#8211; lo sapeva così bene che da solo non ce l&#8217;avrebbe fatta che si erano accordati di andarsene insieme.<br />
Dopo quel 1958 &#8211; uno che ha scritto un libro, si sente qualcosa, c&#8217;è un oggetto che ne testimonia &#8211; restava Marx e almeno un decennio nel quale aveva puntato su un «comunismo critico». Non vi si sofferma nella Lettera, Doreen aveva seguito scettica. Anche Sartre del resto. Erano gli anni nei quali fin in certi comunismi qualcosa pareva rinascere, e spuntava un nuovo proletariato. Scriveva e scriveva (Stratégie ouvrière et néocapitalisme, 1964) e fece con noi, con Serge Mallet e Jean Marie Vincent, alcuni numeri favolosi dei Temps Modernes. L&#8217;ultimo e forse solo suo scritto realmente militante e commosso fu per il Che. Poi palpitò con il 1968 senza mescolarsi ai ragazzi, con il bisogno di rivoluzione ma non con la Cause du peuple che aveva tentato Sartre.<br />
Il «Je» lo assillava, il soggetto principe dei comunismi con o senza partito, più interessati ad esso che al capitalismo &#8211; vera falla del Novecento, e non è finita. Lo era stato anche in Lukacs negli anni venti. Dove sta la soggettività di classe? Il proletariato dov&#8217;è? E se vi fosse una proletarizzazione &#8211; su questo non ebbe mai dubbi &#8211; senza soggetto proletario, senza proletariato in senso proprio, come il sorriso senza gatto di Alice nel paese della meraviglie? La scoperta degli anni &#8217;70 sarebbero stati per Gorz alcuni inglesi, un socialismo in presenza del capitale, un socialismo del tempo liberato, perché Marx aveva sbagliato nel credere &#8211; scrive più volte &#8211; che con lo sviluppo delle forze produttive, «dentro» il lavoro, l&#8217;operaio si sarebbe emancipato, sapendo e capendo tutto: no, il capitale lo avrebbe sbaragliato prima, catturato in corsa, si avrebbe salvato se stesso con lo sviluppo delle forze produttive tagliando fuori quel che doveva essere il suo becchino. Scriveva Adieux au prolétariat nel 1980, dieci anni prima che gli addii glieli facessero i comunisti, e in direzione opposta. Non pensava che, caduto un progetto di società, si andasse verso tempi felici, ci sarebbe stata una tremenda perdita di senso. Sulla miseria delle «metamorfosi del lavoro» non avrebbe mai dubitato, malgrado lo sforzo di delineare ancora una ricchezza del «possibile». Occorreva un altro paradigma di liberazione. E se su questo avesse avuto ragione, come su tutto, Dorine? È l&#8217;interrogativo, per una volta senza prometeismi, della Lettera.<br />
Non fa un bilancio tappa per tappa, libro per libro. Quel che lo aveva salvato era stato l&#8217;incontro con Ivan Illich, determinando fin dagli anni &#8217;70 quello su cui più avrebbe lavorato. La denuncia dell&#8217;illusione sviluppista, della quale il marxismo era stato un volto, e la cui Nemesi medica aveva così brutalmente investito lui e Doreen. Tutti i suoi ultimi libri vertono attorno a questo.<br />
Non abbiamo smesso di volerci bene, ma abbiamo smesso di discutere.<br />
Quando le due scatole di legno sono arrivate al crematorio di Troyes eravamo una cinquantina, amici di Vosnon, amici di Parigi, amiche di Doreen, francesi, qualche tedesco. L&#8217;editore Galilèe. Un gruppetto dei Temps Moderns prima della direzione di Claude Lanzmann. Nessuno dei leader ecologisti. Nessuno del sindacato. Ci sono volute due ore per mandare in fumo D. e poi due per Gérard. Le ceneri sono state portate da chi era rimasto nel loro giardino e disperse per la prima pioggia sotto gli alberi carichi delle mele di ottobre.<br />
(Lettera a D. Storia di un amore. Sellerio Editore, pagg. 88, 9 euro. Traduzione di Maruzza Loria)</div>
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		<title>E PER NOI CHE NON ABBIAMO UN TELETHON? Riflessioni a caldo dopo la riunione di ieri -Flavia Gasperetti-</title>
		<link>http://dottorandistoria.wordpress.com/2008/04/16/e-per-noi-che-non-abbiamo-un-telethon-riflessioni-a-caldo-dopo-la-riunione-di-ieri-flavia-gasperetti/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Apr 2008 15:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dottrandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Passare queste poche settimane in dipartimento e conoscervi meglio tutti è stato molto bello e la riunione di ieri in particolare, dove sono stati toccati molti punti importanti, mi ha fatto pensare e vorrei continuare a conoscere le vostre opinioni a riguardo. Alla fine, mi sembra che la riflessione si sia condensata nei seguenti interrogativi: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=dottorandistoria.wordpress.com&amp;blog=3448991&amp;post=15&amp;subd=dottorandistoria&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="Section1">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Passare queste poche settimane in dipartimento e conoscervi meglio tutti è stato molto bello e la riunione di ieri in particolare, dove sono stati toccati molti punti importanti, mi ha fatto pensare e vorrei continuare a conoscere le vostre opinioni a riguardo. Alla fine, mi sembra che la riflessione si sia condensata nei seguenti interrogativi:<span id="more-15"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:35.4pt;text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="margin-left:49.9pt;text-indent:-24pt;text-align:justify;"><span style="font-family:Wingdings;"><span>§<span style="font-family:'Times New Roman';"> </span></span></span>Come si fa a fare ricerca, a livello individuale ma non solo, in un contesto di tale mancanza di fondi e strutture.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left:49.9pt;text-indent:-24pt;text-align:justify;"><span style="font-family:Wingdings;"><span>§<span style="font-family:'Times New Roman';"> </span></span></span>Posto che ciò sia possibile, come si fa a produrre ricerca che porti ricchezza, novità, ampiezza di respiro alle nostre discipline laddove la mancanza di ricambio generazionale e (di nuovo) l’assenza di fondi e interesse ecc ha prodotto per anni il risultato contrario: L’Italia è vista spesso, culturalmente e accademicamente, attardata, un po’ provinciale, una nazione dove le novità – nuovi strumenti, nuovi orizzonti di ricerca ecc) sono arrivati a volte con un ritardo di anni a informare i <em>curricula</em> accademici e il dibattito degli studiosi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-indent:25.9pt;text-align:justify;">Sul primo punto si è già detto molto, e non ho granché da aggiungere. La quantità e qualità di risorse di cui disponiamo riflette esattamente l’importanza che, nel nostro contesto, è accordata alla rigenerazione culturale del paese. Non solo perché i governi non danno fondi alla ricerca (e pure è vero, siamo pur sempre ultimi in Europa o giù di lì) o i fondi non riescono a superare i tanti “colli di bottiglia” di un amministrazione pesante e piena di falle. I vari centri dove in Italia si fa ricerca scientifica, farmacologia o medica, d’avanguardia sono, a detta degli stessi che vi lavorano, luoghi impensabili senza i contributi che vengono dai vari Telethon o le varie associazioni per la lotta a questa o quella patologia. L’opinione pubblica si è comunque mobilitata per questi settori, giustamente, andando così a compensare l’azione governativa; ma sembra veramente lontano il giorno in cui, la mancanza di “capitale intellettuale” e il clima di stagnazione del paese saranno capaci di scandalizzare e mobilitare le coscienze nella stessa misura.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-indent:25.9pt;text-align:justify;">Eppure è proprio a quelle coscienze che occorrerebbe fare appello per cambiare le cose, affinché sia possibile un ripensamento <span class="GramE">molto più</span> profondo delle cause che hanno prodotto la stagnazione.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-indent:25.9pt;text-align:justify;">La mancanza di fondi – si è detto, è più il sintomo che il male – e poi cos’altro, se volessimo fare la storia del precariato giovanile e dell’invecchiamento complessivo del paese? Ricerca che peraltro sarebbe interessantissima, quasi quasi la consiglio a chi si iscriverà al dottorato del prossimo anno. E vengo così al secondo punto, cioè come facciamo a produrre sapere critico in una nazione in cui, in ogni campo, la gerontocrazia è al potere.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:25.9pt;text-align:justify;">A riunione si è parlato di “bussare con i piedi” e questo mi ha ricordato un lungo articolo che, nel 2006 Time magazine dedicò all’Italia, alle limitate prospettive dei giovani in una nazione che invecchia irrimediabilmente (vi lascerò il link, per attimi di vero sconforto). Nell’articolo, si sottolineava come un processo di “co-optazione” da parte delle elite abbia di fatto sostituito il ricambio generazionale in tutti i settori chiave, il lavoro, la politica, l’accademia etc. La co-optazione, cioè la totale discrezionalità che chi è al comando ha nel selezionare i nuovi ha poi, l’effetto perverso di perpetuare lo stesso sistema. Perché, diciamocelo, tanto più si è simili a chi ci seleziona e integrabili nel suo ambiente, tanto meno probabile è che si sia portatori di valori, conoscenze e visioni nuove.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Vogliamo fare un esempio vicino a noi? Lo stesso articolo prosegue così:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:10pt;font-family:Georgia;">Perhaps surprisingly, nepotism and favouritism run rampant in academia. Universities ought to be open to new faces and new ideas. Yet while the system of assigning teaching jobs is based on apparently open and competitive public exams, in practice, positions are divvied up by ranking professors to favour their own chosen protégés. The result is the very opposite of competition, a system where old university barons wield power over up-and-coming scholars. Italy has the world&#8217;s highest percentage of professors over 60 (43%), while the average age of a university postdoctoral researcher is 40. As a result, much of the young talent heads abroad to more receptive societies, like the U.S. and Britain, depriving Italy of the new minds it needs for innovation: a recent Eurispes survey found that more than half of all university graduates would like to work elsewhere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:35.4pt;text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;font-family:Georgia;">Ciò non rende ragione degli sforzi che tanti nelle nostre università fanno, per essere guida ma anche sostegno di quegli studenti che vorrebbero fare della ricerca il loro mestiere. Però è vero che tanti meccanismi di avanzamento, sulla carta apparentemente egalitari, pubblici e scevri da personalismi un po’ finiscono per perpetuare la stessa logica: si entra perché si piace, ma non tutti piacciono per i migliori motivi e, se si piace, si ha il doppio della responsabilità, poi, nel condurre le nostre ricerche e farci portatori di un nuovo modo di fare accademia in Italia, senza farci eccessivamente condizionare dalle aspettative di chi ci ha scelto e che dovrà, prima o poi, passare il timone.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:35.4pt;text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;font-family:Georgia;">Questo discorso può sembrare molto astratto, ma secondo me è da tenere presente quando si tratta di chiarire e determinare gli obbiettivi comuni che ci diamo,nelle nostre rivendicazioni, nello stabilire cosa intendiamo se, come ieri, dichiariamo di volerci costituire “gruppo culturale”. Perchè i suggerimenti di chi, con tutta la buona volontà ci propone di annetterci a questo o quel progetto editoriale, Treccani o quant’altro, quasi un po’ a risarcirci perché non può fare di più, è una cosa bella da parte di chi ce lo propone -non crediatemi ingrata, tutt’altro &#8211; ma la nostra attività non può risolversi in un fare lobby per chiedere semplicemente di essere invitati a partecipare in virtù di un privilegio: quello di conoscere qualcuno che può e vuole coinvolgerci. Perché questo non fa nulla per aiutare chi, nelle nostre stesse condizioni, quel privilegio non ce l’ha.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent:35.4pt;text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;font-family:Georgia;">Secondo me bisogna anche inventarsi noi degli spazi nuovi, costruire delle alternative. Abbiamo bisogno di pubblicare? Allora forse dobbiamo noi creare i luoghi dove farlo e pensare a fare un uso un po’ più innovativo dei canali a nostra disposizione. Abbiamo creato un blog, vediamo che altro ci viene in mente. Abbiamo bisogno di fondi? Io ho un po’ paura ad allargare la nostra ricerca di sostegno economico elle tante fondazioni private di cui abbiamo parlato ieri. In primo luogo perché, come diceva Marco, c’è il rischio che di nuovo consegniamo, noi stessi, a costoro il potere di esercitare una discrezionalità eccessiva sulla selezione dei meritevoli e si rischierebbe, talvolta, l’indipendenza stessa delle ricerche. Chi tra noi ha frequentato, da giovane, da precario, alcune di queste strutture, sa che purtroppo,in piccolo, spesso ritroviamo gli stessi meccanismi che siamo qui a deplorare. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-size:11pt;font-family:Georgia;">Però ammetto, la mia riflessione, finisce qui, nel senso che non ho una ricetta da proporre, la mia speranza è che le idee ci vengano in corso d’opera e che sarà bello, oltre che utile, pensarci insieme.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-family:Georgia;">A presto!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span style="font-family:Georgia;">Flavia</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">CIao a tutti,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">un&#8217;opinione veloce&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">io sono d&#8217;accordo con Flavia, penso sopratutto che una possibile soluzione sia quella dell&#8217;autorganizzazione e della costruzione autonoma degli spazi di ricerca e di confronto. Tuttavia credo che in questa attività che stiamo iniziando insieme, attività di confronto, di ricerca di soluzioni ma enche di lotta e di denucia bisogna porre in evidenza il fatto che noi siamo dentro un&#8217;università, che operiamo e vogliamo operare in un istituzione pubblica, la quale deve assumersi la responsabilità di finanziare, di sviluppare e di incentivare la ricerca scientifica e nelle scienze sociali. Io penso che un&#8217;azione di sensibilizzazione in questo senso sia indispensabile oggi, non si tratta di un proposta rivoluzionaria ma di qualcosa di ben presente negli altri paesi europei. Avere la percezione che il più grande ateneo d&#8217;Europa sia un nano sul piano delle strutture di ricerca e delle prospettive offerte ai dottorandi e ai giovani ricercatori, rispetto ad un&#8217;Università di media grandezza di altri paesi europei è una situazione inaccettabile che dobbiamo denunciare proponendo una logica diversa da quella del contentino della borsa individuale offerta dalla fondazione privata (pure importante). Io credo che oggi, o nel prossimo futuro l&#8217;Italia debba adeguarsi agli standard della ricerca europei e credo sia importante che noi prendiamo la parola, con le nostre riflessioni, denunce e proposte, anche radicali &#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Marco</p>
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